1. Psicoterapia con il “Gioco della sabbia”

La psicoterapia con il “gioco della sabbia” viene presentato nel sito della Onlus perchè è il metodo di psicoterapia maggiormente utilizzato nel Centro Clinico. Il “gioco della sabbia”, noto anche come Sand Play Therapy, è stato ideato ideato dalla zurighese Dora Maria Kalff,allieva di C.G.Jung; dalla sua scuola si è istituita una società internazionale, la ISST (Int.Soc.for Sanplay Therapy) da cui poi in Italia si è costituita una associazione, l’AISPT (Ass.Ital.Sand Play Therapy) che è stata riconosciuta dal Ministero dell’Istruzione come Scuola di specializzazione alla psicoterapia (vedi il sito www.AISPT.it). Questo metodo è un’originale applicazione del pensiero e della pratica junghiana alla psicoterapia dei bambini, pur essendo stato poi utilizzato anche nelle terapie degli adulti. Il materiale neces­sario a lavorare con questo metodo consiste in una stanza con delle scaffalature in cui ven­gono ordinati numerosi oggetti in miniatura secondo varie categorie (essere umani, animali, case, mezzi di trasporto, alberi, ecc.).

Questo materiale viene usato dal paziente dentro cas­sette, di dimensioni stabilite (cm. 57x72x7), aventi il fondo blu e contenenti sabbia la stanza di terapia con il “gioco della sabbia”. Il filo conduttore di questa forma di terapia è il concetto di “spazio libero” e nello stesso tempo “protetto” (Kalff 1966), riconducibile al termine alchemico di temenos, un luogo dove possono essere riunite tutte le parti scisse della personalità e dove si possono sperimentare nuove possibilità e scoprire una nuova dimensione di sé. Tra i numerosi oggetti presenti nella stanza, il paziente sceglie quelli che costituiscono delle immagini significative e che rappre­sentano, in quel momento, “il linguaggio”, della sofferenza psichica, inesprimibile verbal­mente.

Il “quadro di sabbia” che ne scaturisce, è una sintesi di interno ed esterno, di psichico soggettivo e di psichico oggettivo, cioè di personale e di archetipico (Kalff 1966, Montecchi 1993). la relazione sia sfumata o mediata da un’area intermedia, un “terzo spazio”, e in ciò “il gioco della sabbia” (Sand Play Therapy) si inserisce come utile strumento in quanto questi rischi vengono ridotti. Il metodo del “gioco della sabbia” si è dimostrato, proprio per quanto so­stenuto finora, un mezzo molto valido per il trattamento analitico di bambini,adolescenti ed anche di adulti, specie in una prima fase in cui prevale il pensiero concreto e la capacità simbo­lica è carente;poi,quando questa capacità viene recuperata, i “quadri di sabbia” possono essere integrati con l’analisi verbale. Nella terapia con il “gioco della sabbia”, pur esistendo una relazione terapeuta – paziente attenta e accettante, questa viene sfumata e le resistenze e le difficoltà sono smorzate e canalizzate sulla sabbiera. ilgiocodellasabbia2

Prima ancora di trovare il terapeuta di fronte a sé, il/la paziente trova la sabbiera; i fenomeni trasferali e le resistenze più che essere dirette al terapeuta sono espresse e rappresentate nella sabbiera. Il carrello della sabbia funge da contenitore del rapporto paziente-terapeuta che potrebbe essere sentito come pericoloso. La sabbiera offre appunto quest’opportunità fungendo da temenos, da spa­zio libero, protettivo e contenitivo, in cui il paziente ha la possibilità di prendere contatto con se stesso.

Il “gioco della sabbia” incoraggia la paziente a prestare una maggiore attenzione, veicolata dalle immagini, alle proprie ri­sorse poco sviluppate, ai propri sentimenti e desideri e utilizzate, mante­nendo questa complessa dimensione interiore fuori dalle sollecitazioni am­bientali e dalla collera e angoscia che queste attivano . Anche il contratto terapeutico, in quanto “terzo spazio”, “libero e protetto” (Kalff 1966), trova nella cassetta della sabbia la sua rappresentazione concretamente visibile. L’attività di “gioco” deve essere contenuta dallo spazio fisico della sabbiera e da una struttura che ne definisca i confini di luogo e di tempo, confini che hanno una funzione delimitante e protettiva . Ogni gioco ha bisogno di regole e anche nel gioco dell’analisi le regole diventano uno specifico setting Lo spazio “libero e protetto” della sabbiera diventa anche la metafora del setting analitico:chi “gioca”può fare ciò che vuole,con la sabbia e con il materiale disponibile,ma, all’interno della cassetta della sabbia. Ma lo “spazio libero e protetto”, è anche la metafora della vita per il cui godimento e il piacere è necessario imparare e tollerare il limite e la rinuncia all’illimitatezza. L’uso del gioco permette poi al paziente di contattare aree psichiche molto arcaiche e di entrare in contatto con il” pia­cere”. Veicolato dalla sensorialità attivata dalla sabbia, attraverso il “gioco della sabbia”, questo piacere la paziente può gestirlo da sola.

Gioco della sabbia1Rassicurato sulle possibilità di contattare senza pericolo aree psichiche finora man­tenute scisse, il soggetto potrà anche gestire la relazione con il terapeuta con minore angoscia. Ciò innesca un feedback positivo: il sen­tirsi rassicurati permette di tollerare meglio la relazione e , questa aumen­tata tolleranza nei confronti di un rapporto significativo, come è quello tera­peutico, accresce anche il grado di rassicurazione sperimentato. Nell’incontro analitico, accettando di costituirsi in coppia con l’analista, il paziente, sotto la pressione delle proprie emozioni, più che parlare o rispondere ad un “compito”, tende ad “agire”. E’ offrendogli uno strumento di gioco che questo “agire” può essere canalizzato, soprattutto quando la via verbale non permette di esprimere adeguatamente i propri disagi . Attraverso la rappresentazione scenica, il paziente, invece, descriverà, prima o poi, ciò che ha difficoltà ad esprimere, perché non può o non vuol dirlo e contenuti indistinti,confusi possono trovare la chiarificazione attraverso una raffigurazione visibile. Chi lavora con la sabbia utilizza frequentemente l’affermazione di Jung (1957-58,), il quale sostiene che <>,e le mani, infatti, a volte, parlano più chiaramente delle parole. Se è vero che le mani parlano, è anche vero che bisogna pure saperle ascoltare, con un ascolto che non è solo uditivo. All’interno della relazione, infatti, l’analista vive, condivide e ascolta ciò che le mani e la corporeità esprimono. Secondo gli enunciati di Jung (1957-58), i disturbi più che essere chiariti intellettualmente possono essere raffigurati mediante l’”immagine”; i pazienti, con le mani, hanno la possibilità di esprimere i contenuti dell’inconscio , in tal modo le tensioni emergono come rappresentazione e solo dopo come comprensione. Il rischio nel trattamento psicoterapico,è di voler comprendere e sopravvalutare l’aspetto contenutistico e l’interpretazione intellettuale, sottraendone il carattere, essenzialmente simbolico: la raffigurazione ha bisogno della comprensione,e, la comprensione della raffigurazione: e, per Jung, le due tendenze sono integrate nella “Funzione Trascendente” , che permette un confronto paritario, evitando all’individuo di rimanere vittima degli svantaggi della unilateralità. In tal modo ,nel”gioco della sabbia”la coscienza,attraverso le mani,la sabbiera,gli oggetti, presta al contenuto inconscio i suoi strumenti espressivi e ,nella dinamica tra rappresentazione e comprensione ,comincia il confronto tra l’io e l’inconscio. In questa operazione l’Io assume una funzione centrale di guida: di fronte alla cassetta della sabbia e davanti agli oggetti, esso guida lo sviluppo dell’immaginario:sceglie su quali immagini concentrarsi, in quale direzione orientarle, come manipolarle, come sceglierle e trasformarle. In tal modo, l’io si qualifica come emissario del Sé e come braccio operativo del Sé ma ,alle pazienti con DCA da la percezione del controllare il processo terapeutico.

Il g.d.s. si è situato tra i metodi di terapia che utilizzano il gioco e l’attività espressiva come strumento terapeutico in cui il gesto ludico diviene il centro dell’attività del paziente, la messa in atto del suo mondo interno, un “teatro psichico” che evoca nella sua costruzione le rappresentazioni teatrali. L’uso che la paziente fa dello spazio della sabbiera riflette inoltre il vis­suto e il rapporto con il proprio corpo e il contatto cor­poreo all’interno della relazione terapeutica , viene riproposta l’antica esperienza di cure materne o la esperienza avuta con la propria superficie corporea. L’esperienza della bocca attaccata al seno della madre e il contemporaneo contatto delle mani che afferrano il seno o che si aprono e chiudono dando il ritmo della suzione ,sono antiche esperienze percettive tattili neonatali La manipolazione della sabbia asciutta ,fluida come l’acqua ,abrasiva come il fuoco, o se bagnata modellabile come la terra, suscita molteplici sensazioni tattili, che si traducono per il paziente in un ritorno al materno e al contatto con gli elementi primordiali: il paziente si ritrova confrontato tanto con il volto archetipico del materno, quanto con il materno personale. col corpo della madre che accoglie e che accarezza o che il bambino può manipolare ed esplorare; in tal modo non solo ri-sperimenta le cure materne ricevute, ma può, grazie all’attivazione dell’archetipo, modificare e riparare il proprio rapporto con la corporeità, facendo l’esperienza ordinatrice della Grande Madre Terra, da cui tutto si origina. Obiettivo della terapia è quello di aiutare il paziente a creare un atteggiamento di accudimento verso il proprio corpo, a non usarlo come un campo di battaglia o come un mezzo per esprimere paure segrete, ma ad accettarlo come una sorgente di sensazioni e bisogni. Un’altra esperienza del “gioco della sabbia”è che il quadro della sabbia diventa anche metafora del proprio rispecchiarsi: già dalla nascita, per tutto il primo anno di vita, all’interno della fitta rete di interscambi tra madre e bambino è presente una relazione oculare. Riconoscendo o riconoscersi allo specchio o in fotografia, tracciare con le mani segni o disegni o colorare rappresentano passaggi cruciali nella crescita psicologica del bambino. Analogamente, la scena costruita nella sabbia diviene il rispecchiamento di sé della propria storia, riportando alla radice delle lesioni psichiche determinatesi nell’area del vedere e dell’essere visti che possono prodursi in età precocissima, in quell’arco spazio-temporale di vita dei zero-tre anni, che oscilla tra la fusionalità simbiotica e il rispecchiamento diadico.

Il paziente durante il suo gioco fa un’esperienza insolita di un adulto che lo guarda ,lo osserva empaticamente, e che poi insieme osservano il quadro. Durante l’osservazione condivisa accade qualcosa di importante: il paziente che osserva il suo quadro ,osserva anche che il terapeuta osserva lui ,che osserva il proprio quadro. Ciò attiva delle trasformazioni emotive che partono dal proprio quadro osservato che vanno ad illuminarne il vissuto e la comprensione. Avviene un qualcosa di analogo allo stadio dello specchio in cui il bambino rispecchiandosi con la madre si riconosce attraverso il riconoscimento della madre che lo guarda. Riletto secondo il linguaggio bioniano , come le madri non sono specchi opaco-riflettenti, né passive, ma ridanno indietro le emozioni del figlio in forme modificate,rese pensiero, cosi il terapeuta non si limita a funzionare come contenitore asettico ma, si può dire che gli elementi beta del paziente contenuti nella scena della sabbia,possono essere trasformarsi in elementi alfa ,attraverso la funzione di reverie del terapeuta che trasforma le emozioni trasmesse dal paziente attraverso le immagini, e le rende riconoscibili e pensabili

Gli scaffali per il “gioco della sabbia” contengono numerosi oggetti che rappresentano il “ mondo” nei suoi diversi aspetti

Bibliografia

Montecchi F.; Giocando con la sabbia. La psicoterapia con bambini e adolescenti e la “Sand Play Therapy”, Franco Angeli Ed., Milano 1994

Montecchi F.; Il gioco della sabbia nella pratica analitica Franco Angeli Ed., Milano 1997 Montecchi F.; Montecchi F. I disturbi alimentari nell’infanzia e nell’adolescenza. Comprendere, valutare e curare Franco Angeli Editore Milano 2016

Rocco P., Sampaolo A. (a cura di) L’analisi con il Gioco della Sabbia. dall’incontro con Dora kalff allo sviluppo teorico della Sandplay Therapy, , Franco Angeli, Milano,. 2012 *Per informazioni sulla scuola di psicoterapia con il “gioco della sabbia” visitare il sito www.AISPT.it